Intervista a Lorenzo Montali

scritto da alessandro il 26 marzo 2003 Commenti 0 Interviste

Abbiamo intervistato per voi in esclusiva il Dott. Lorenzo Montali, esperto di Leggende Metropolitane. Piscologo Sociale, lavora al Dipartimento di Psicologia dell'Università di Milano-Bicocca. Si occupa di leggende urbane dal 1996, e attualmente cura una rubrica sul tema per la rivista Focus e su Scienza&Paranormale, la rivista del Comitato Italiano per il controllo delle Affermazioni sul Paranormale (CICAP). Del CICAP è anche stato uno dei fondatori ed il primo Segretario Narioznale per crica 10 anni; attualmente è nel Direttivo come Responsabile delle relazione esterne.

Grazie innanzitutto di aver accettato questo Intervista. Abbiamo già detto in apertura cosa ha fatto e cosa sta facendo. Dove vorrebbe andare?
Diciamo che vorrei contribuire a sviluppare anche nel nostro Paese la consapevolezza dell’importanza di uno studio scientifico e sistematico di questo fenomeno nell’ambito delle scienze sociali.

Dove e come nasce il suo interesse al folklore urbano?
Mi sono “imbattuto” in questo tema quando a 18 anni ho avuto la possibilità, grazie ad una borsa di studio che mi aveva offerto Piero Angela, di passare un periodo di studio a Buffalo (NY), presso la sede del Committee for the Scientific Investigation of Claims of the Paranormal (CSICOP), l’associazione che da più di 30 anni si occupa di studiare da un punto di vista critico l’esistenza di eventuali fenomeni paranormali e di indagare come e perché si formano le diverse credenze che le persone hanno verso questi presunti fenomeni. A questa associazione, tanto per fare un esempio, collaborano anche i coniugi Mikkelson, i creatori di www.snopes.com, il miglior archivio on-line di leggende a livello mondiale, che credo costituisca anche il modello ideale per l’ottimo lavoro che avete cominciato a fare con www.leggendemetropolitane.net.

Qual è l’aspetto che più la interessa di questo mondo?
Mi interessano le leggende come una delle espressioni del senso comune relativo ad un certo problema. Ovvero mi interessa studiare come e perché in certi gruppi sociali si formino e si diffondano certe credenze e come queste credenze a loro volta contribuiscano a orientare i comportamenti e a definire la realtà sociale rispetto a un certo problema.
Mi spiego con un esempio. Tutti noi siamo abituati a usare i computer o i telefonini, ma allo stesso tempo, per la gran parte di noi, si tratta di oggetti nuovi e almeno parzialmente ‘incomprensibili’, nel senso che li usiamo ma sappiamo poco del come e perché funzionino o dei loro potenziali pericoli. Rispetto a questi oggetti, allora, costruiamo delle narrazioni, le leggende appunto, che hanno lo scopo di “familiarizzarci” con queste realtà, di dare loro un senso, ma anche di ammonire contro eventuali, reali o presunti, pericoli e vantaggi.
Queste narrazioni, io credo, vanno quindi studiate come produzioni del senso comune attraverso cui i gruppi sociali esprimono e condividono desideri, paure, conoscenze, atteggiamenti e rappresentazioni verso certi oggetti sociali. E il loro studio indica, credo, come la nostra conoscenza della realtà sociale sia il risultato di un processo di discussione collettiva che avviene nei bar, nelle palestre, negli uffici, alle fermate degli autobus, sui giornali e attraverso internet e che spesso si avvale, come nel caso delle leggende, di strutture di tipo narrativo.

Cosa è per lei studiare questo mondo? Una valvola di sfogo, un divertimento, un soddisfare una curiosità…
Dietro c’è sicuramente un interesse di tipo professionale, ma lo studio delle leggende è anche un ambito di ricerca divertente e decisamente curioso.

Quando si è scontrato la prima volta con una leggenda metropolitana? Di cosa si trattava?
Più di 25 anni fa, quando avevo 6-7 anni e ho sentito per la prima volta la storia della Big Babol che era prodotta con carne di topo o quando mi hanno detto che se si faceva la pipì in piscina l’acqua si sarebbe tinta di rosso grazie ad uno speciale reagente messo dai gestori della piscina per individuare i bambini cattivi.
Come ha reagito?
Ovviamente credendoci!

Qual è la leggenda metropolitana secondo lei più assurda che conosce?
Tutte le storie che tirano in ballo il Diavolo: nascosto nei marchi dei prodotti, nei codici a barre dei supermercati, tra le fiamme delle Torri Gemelle dopo l’attentato dell’11 Settembre o nelle canzoni delle Las Ketchup. Non voglio dire che non siano leggende interessanti, ma il fatto di tirare sempre in ballo il demonio quando ormai anche i teologi si interrogano sull’esistenza reale dell’inferno mi pare davvero strabiliante.

Il libro sulle LM che non deve mancare in biblioteca
In Italiano “Le voci che corrono” di Jean-Noel Kapferer. In francese l’ultimo libro di Veronique Campion-Vincent e Jean-Bruno Renard “De source sure”. In futuro, ovviamente, il mio libro, che esce a maggio per Avverbi e che si intitolerà “E il gatto bonsai mangiò la fragola pesce. Leggende urbane sulla scienza e la tecnologia”.

Pensa che sia importante che la gente impari a distinguere un fatto vero da una LM? O al contrario che non sia importante, che il tutto sia una nota di colore, un gioco che la tradizione culturale fa a se stessa?
Penso sia utile, laddove è possibile, discriminare tra verità e finzione. Senza demonizzare, né sperare di avere ricette universali che consentano di riconoscere immediatamente una nuova leggenda. Ma soprattutto senza ridurre le leggende a fandonie: sono uno dei modi attraverso cui tutti noi costruiamo la realtà sociale.

Si dice che dietro ogni leggenda (nel senso tradizionale), ogni mito, si nasconda un fondo di verità. Cosa ne pensa?
Che è sicuramente vero se inteso nel senso che rappresentano dei modi attraverso cui i gruppi costruiscono la loro verità sociale. Può essere applicato anche alle LM? Direi proprio di sì, nel senso che ho indicato sopra

Quali sono le caratteristiche delle LM?
Il discorso è molto complesso, nel senso che non esistono caratteristiche universali che ritroviamo in tutte le leggende. Volendo definire una ‘leggenda tipo’ possiamo dire che se consideriamo la struttura di questi racconti distinguiamo due aspetti: forma e contenuti. Per quanto riguarda il primo, le leggende si presentano come narrazioni più o meno sviluppate, tipicamente basate su una struttura FOAF (friends of a friends tale). Se guardiamo ai contenuti, queste storie apportano informazioni su fatti recenti (e questo consente di distinguerle dalle leggende antiche), presentano un numero significativo di varianti e i loro personaggi sono solitamente anonimi, così come i luoghi in cui sono ambientate (e questo consente di distinguerle dai miti classici).
Se guardiamo invece la dinamica delle leggende distinguiamo tra diffusione ed effetti. Le leggende hanno una diffusione orale, nell’interazione comunicativa tra persone socialmente vicine, e sono caratterizzate dalla impossibilità di rintracciare la fonte originaria della storia. Per quanto concerne gli effetti, le leggende sono presentate come resoconti credibili e chi le racconta cerca di convincere gli altri della loro veridicità (e questo consente di distinguerle dalle fiabe o dalle barzellette). È evidente a tutti però, che vi sono molte leggende che non rientrano, per uno o più aspetti, in questa definizione. In questo caso vale il fatto che una certa comunità di esperti sul tema riconosce comunque certe narrazioni come leggende perché si presentano in molteplici varianti, ma è evidente che si tratta di un criterio empirico e non generalizzabile.

Che differenza c’è tra: le LM e le barzellette?
A parte quel che ho già detto sopra, vorrei dire che la differenza è soprattutto nell’uso di una storia che fa chi la racconta. Vi sono racconti che funzionano sia da barzellette che da leggende, per esempio molte delle cosiddette leggende universitarie. E’ il contesto nel quale sono narrate e le intenzioni del narratore a far sì che vengano collocate nell’una o nell’altra categoria.

Che differenza c’è tra: le LM e i pettegolezzi?
La principale è che i personaggi dei pettegolezzi non sono anonimi ma chiaramente identificati e quindi è teoricamente più facile verificare la loro fondatezza. Ma per chi è interessato al tema suggerisco il libro di Sergio Benvenuto, “Dicerie e pettegolezzi” che ne tratta specificamente.

La sua leggenda preferita?
La prossima!

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